“Siamo a Euston (abbiamo un problema)”

Leggendo questo intervento probabilmente vi starete chiedendo che fine abbia fatto quello sul Lucca Comics (ma anche no); ebbene, visti i casini recentemente successi, improvvisa partenza per Londra compresa, ho deciso di lasciarlo perdere definitivamente.

Quindi, visto che questo viaggio è stata un’ottima occasione per esercitare il mio inglese, credo che la prolungherò scrivendo in quella lingua d’ora in poi, in maniera che anche voi possiate impararne.
So let’s start with our departure, Marco and I met in…..ovviamente sto scherzando, non ho nessuna voglia di usare ancora quella fottuta lingua, se non in casi di reale necessità.

 

Dunque, cominciamo da sabato 22 novembre.
Io ed il mio compagno di viaggio Marco ci incontriamo alla Stazione Centrale per prendere un bus diretto all’aereoporto; in attesa della partenza dello stesso, procediamo al consumare ciò che avevo goffamente preparato poco prima, giusto per avere lo sprint necessario ad affrontare il viaggio con serenità.

Arriviamo senza eccessivi problemi sull’aereo, dove cominciano ad accadere i primi particolari eventi. Innanzitutto, Marco si "innamora" follemente di una rossa seduta non molto distante da noi, esaltandone la bellezza (dei capezzoli), così cominciamo a pianificare possibili modi per stabilire un contatto tra quest’ultima e il mio infatuato compagno di corso. L’idea più gettonata risultava essere un semplice e pratico bigliettino con nome, numero di telefono ed email, da piazzare a sgamo nella tasca di lei con un po’ di destrezza.
Mentre gli assistenti di volo spiegano le classiche procedure di sicurezza, Marco (che si era precedentemente accaparrato di corsa i posti più vicini all’uscita di sicurezza) indica le porte a lui adiacenti quando esse vengono menzionate.
Durante il decollo, Marco si dedica alla cerimoniale visione dei filmati di Germano Mosconi; ogni tanto scambiamo due parole con la ragazza seduta accanto a noi, una sorta di punkettona, il cui ragazzo era nelle vicinanze; gli assistenti di volo si rivelano decisamente più stronzi di quelli italiani.
All’arrivo del carrellino del cibo e bevande, faccio l’imprudente scelta di acquistare una strana vivanda ufficialmente denominata Cup a Soup, una sorta di zuppa istantanea dentro un bicchiere, al gusto di Chicken & Vegetable; ma devo dire che la definizione di vomito liofilizzato, attribuitagli da Marco, calzava a pennello, visto l’aspetto; nonostante ciò, si rivela avere un discreto sapore, e riesco nell’intento di mastiberlo tutto, ma non in quello di farlo assaggiare a Marco; la punkettona seduta accanto a me osserva e allegramente, commenta "se devi sboccare sbocca dall’altra parte".
La simpatica coppia di punkettoni ci offre da bere della vodka, versandomene un bicchiere; in quel momento uno dei tanti assistenti di volo gay mi fa presente che non è permesso, così mettiamo via la bottiglia per farlo allontanare e poi finire di riempire il bicchiere.

Finito il volo, Marco attacca bottone col gruppo di ragazze nel quale era presente anche la rossa di prima, in maniera da poterci unire a loro nella strada verso Londra.
Ai classici controlli di routine, stranamente non dicono nulla a Marco, che aveva la carta d’identità strappata in due perfette metà (in orizzontale!), ma invece fermano me, sottoponendomi a noiose attese dovute ad approfonditi controlli, durante i quali ho dovuto cominciare a parlare inglese; nel mentre, Marco cerca di capire cosa stesse accadendo, fallendo miseramente a causa della scarsa comunicazione gestuale con il sottoscritto. Fortunatamente però, tali controlli vengono effettuati anche ad una ragazza del gruppo della rossa, quindi non veniamo separati.

Senza particolari intoppi arriviamo a Londra e, in uno stato di progressivo assideramento, non riuscendo a metterci in contatto con gli Agaskodo Teliverek (che quella sera avevano una festa alla quale avremmo forse potuto partecipare), attendiamo Roberto (Fusco, sì, proprio lui); nel mentre le ragazze aspettavano una loro amica, che arrivò a breve, così come non molto tempo dopo, fece Roberto. Senza nemmeno il tempo di scambiarsi i contatti, le ragazze si allontanano per sempre, e nella mezza delusione di Marco per tal motivo, ci dirigiamo verso casa di Roberto, ove trovare un rifugio di fortuna per poter passare la notte, vista l’ora.

Saliamo su un bus e tra discorsi vari sull’origine della nomenclatura del Big Ben(g) o sulle focacce di Marco, Roberto procede al tipico conzaggio. L’abbinamento di parole fame e chimica suscita l’attenzione di un tizio seduto non lontano da noi, chiaramente italiano anch’esso.

Con un modesto livello di stordimento, arriviamo finalmente presso la dimora dell’amico liparoto, che ci intima di non fare rumore mentre stava dirigendosi ad ispezionarne l’interno, ed eventualmente dandoci il via libera in seguito. Naturalmente, la padrona di casa (meglio identificata come la vecchia buttana cinese) non sapeva e non doveva sapere che il ragazzo in questione ospitasse qualcuno. Guardando dentro una finestra, notiamo una familiare bandiera italiana; poco dopo Roberto ci fa cenno di entrare e, nell’oscurità più totale, cerchiamo di limitare al massimo le propagazioni sonore, finchè non raggiungiamo la safe area, ossia la camera di Roberto.
Lì, procediamo con il nostro consueto delirio, del quale hanno fatto parte elementi caratteristici come ad esempio l’avvistamento da parte di Marco di una presunta blatta che si dirigeva sotto il letto e la perdita di un pezzo di fumo da parte di Roberto; due eventi apparentemente distinti ma che infine si rivelano essere lo stesso, come il sottoscritto aveva supposto; da non dimenticare ovviamente l’immenso catalogo Mega, l’osannato barilotto di Coca-Cola e la nascita dell’alter-ego di Marco: Ganja-man. Come non menzionare poi, il bellissimo pacco di pane carta igienica, talmente soffice che ci si può pulire il culo.
Quando l’ora si fa sufficientemente tarda, ci organizziamo per dormire. Purtroppo però si presenta un grosso problema, ossia il freddo polare, la cui colpa era da attribuirsi alla simpatica proprietaria, che aveva l’altrettanto simpatica abitudine di risparmiare sul riscaldamento, tenendolo perennemente spento.
Poichè ero sprovvisto di pigiama (non li uso da quasi un decennio ormai), indosso, su consiglio dell’amato Roberto, un accappatoio in pile di cui mi innamoro perdutamente; inoltre dormo accanto a Roberto, sotto una coperta. Marco invece va incontro ad un ben più amaro destino: poichè credeva di potersi accontentare di ciò che aveva addosso, subisce un alto quantitativo di freddo notturno.

Il giorno successivo, ci svegliamo molto tardi, e nel gelo più totale. Dalla finestra, Londra mostrava poco invitanti tonalità grigiastre; presto sarebbe tramontato il sole.
Nessuna voglia di mettere un piede fuori casa, ma ci toccava. Mangiamo un pranzo all’italiana e, con la discrezione necessaria a non farsi vedere dalla padrona (che si trovava in casa, essendo domenica), ci dirigiamo all’esterno.
Marco necessitava di andare all’ostello dove aveva prenotato, per posare il capiente zaino e dare un’occhiata a dove avrebbe dormito. Arrivati lì, Marco viene informato che la prenotazione era per il giorno precedente, cosa che ovviamente sapevamo già; ricordo bene la risposta che diede quando gli venne chiesto quale camera volesse, "the cheapest".
Io e Marco girovaghiamo un po’, e quando si fa ora di cena, ci lanciamo, carichi di entusiasmo e curiosità, nella ricerca di un luogo ove poter mangiare i tipici fish ‘n’ chips (o, come li abbiamo rinominati noi, fiss en ships); ricerca che, oltre a causare il quasi-decesso di Libretti per via di un autobus che stava per travolgerlo, ci porta via parecchio tempo (si parla di ore) perchè la nostra solita fortuna ha voluto che ci trovassimo in quella che, probabilmente, era l’unica zona di Londra esente da ciò che ci avevano invece detto si potesse trovare ad ogni angolo, i fish ‘n’ chips appunto.
Dopo aver perseverato nella nostra ricerca, e desistito dalle numerose tentazioni incontrate lungo il cammino (tra cui l’attraente Ripley’s Belive It or Not! Museum), e grazie alle indicazioni timorosamente chieste ad un tizio di colore in metropolitana, dopo aver bestemmiato contro un’insegna che recitava il ben poco interpretabile Eat., abbiamo infine potuto gustare il nostro primo, vero, pasto londinese.
Con famelica noncuranza, mi avvento sul povero pesce incastagnato, senza badare a quale parte stavo voracemente addentando (fortunatamente, verso il termine scoprii di non aver iniziato dalla testa, ma dalla coda). C’è da dire che tale piatto non era male, però credo di averci messo giorni a digerirlo completamente (e questo, viste le mie abitudini alimentari, la dice lunga).
Non soddisfatti, pensiamo di andare a bere qualcosa, quindi ci apprestiamo ad un’altra, penosa ricerca: quella di un classico pub londinese. Diventava sempre più tardi, ma Marco stava cercando un posto con dei requisiti ben specifici, quindi continuiamo a peregrinare per parecchio finchè, sconsolati, ci arrendiamo ad un misero night club, dove paghiamo l’equivalente in £ dell’ira divina per una misera birra.
La giornata era ormai finita, quindi decidiamo di dividere le nostre strade; io avrei dovuto incontrarmi con Roberto (tramite un accordo ben preciso, poichè contattarsi era complesso in quanto il mio cellulare nel 90% dei casi non prendeva), mentre Marco tornava al suo ostello. Il giorno dopo saremmo dovuti andare alla sede londinese del SAE per fare un sopralluogo.
Stranamente, riesco ad incontrarmi con Roberto, e torniamo assieme alla sua dimora dove, dopo il classico cazzeggio, passo la notte.

Mi sveglio controvoglia giusto in tempo per fare un altro ritardatissimo pranzo italiano, durante il quale conosco anche il fratello della vecchia buttana cinese, simpatico tizio che passava di lì per una qualche ragione, e che non ha prestato molta attenzione a me, che gli fui presentato come fratello di Roberto; il cellulare non prendeva e non avevo modo di contattare Marco. Roberto doveva andare a lavoro, esco assieme a lui sperando di entrare presto in un’area coperta. Infine, nel punto in cui io e Roberto dovevamo separarci, il mio cellulare comincia a prendere e ricevo una caterba di telefonate e messaggi da parte di Marco e supervisori in pensiero. Ricevo delle precise istruzioni sul come arrivare in SAE, e stranamente ci riesco senza troppi problemi, tranne per un tratto di metropolitana in cui non riuscivo a comprendere la meccanica che regolava le biforcazioni del tragitto.
Confuso e un po’ spaventato dall’enorme Londra, la cui immensità fagocitava con disinvoltura la mia totale assenza di senso dell’orientamento, stavo attraversando quello che, dopo svariati mezzi, era il mio ultimo ostacolo: una semplice strada dritta, che avrei dovuto percorrere fino al raggiungimento dell’edificio di mio interesse. Sarebbe stato facile come qui a Milano quando, guidato dalla musica rock che trapelava dalle sale registrazione del SAE Institute, riuscii a trovare ciò che cercavo?
Continuo a camminare, sapevo che lì le distanze avevano tuttaltro valore, onde per cui proseguo senza sosta, nell’attesa di un qualche indizio che mi avrebbe notificato il raggiungimento dell’agognata meta. Improvvisamente mi rendo conto che l’immensa costruzione che stavo fiancheggiando non era altro che il SAE Institute londinese, come il logo sulle pareti dell’edificio lasciava intuire. Un gruppetto di studenti parlottava di fronte all’entrata; mi avvicino. L’aspetto della porta a vetri che mi separava dall’interno non lasciava intendere che si potesse aprire con una semplice spinta, così chiedo ai colleghi istruzioni per attraversarla. Mi viene detto che per aprirla era necessaria una tessera magnetica come quella che possedevano loro e che, per entrare, avrei dovuto suonare il citofono lì accanto, come temevo; chiedo ai ragazzi se gentilmente me la potessero aprire, visto che dovevo solo ritrovare il mio collega, ma ottengo una risposta decisamente scoraggiante; ogni porta di quell’edificio necessitava della tessera citata poco prima.
Suono, mi risponde una voce femminile; cerco di spiegare con calma la mia situazione e mi viene detto di attendere. Dopo una decina di minuti vedo Marco uscire e mi riassume brevemente la sua giornata; inoltre, vengo a conoscenza del fatto che non solo dovevamo incontrarci con gli Agaskodo Teliverek quella sera, ma anche che eravamo invitati a cena da loro.
Io e Marco ci mettiamo in cammino per raggiungere il luogo dell’incontro con Miki, che si rivela essere un supermercato. Una volta individuato "l’uomo con la testa deforme", ci uniamo a lui e, scambiando due chiacchere, ci dirigiamo verso casa sua.
Arriviamo nell’accogliente dimora, dove facciamo subito la conoscenza di Tomi (il mostro di Frankenstein capellone), che esce dalla sua camera con una graziosa cannetta in mano; dopo poco facciamo la conoscenza di un loro amico che in quel momento si trovava nella casa. Per cena ci preparano uno strano piatto: una sorta di salsiccia abbrustolita e del purè. Notiamo un fantastico cappuccino pseudo-italiano dal curioso nome di Cappio, che scatena numerose discussioni il cui obiettivo era spiegare agli amici londinesi cosa fosse un cappio in realtà, ma esse non ebbero grossi risultati.
Ci offrono da fumare, poi Miki va al piano di sopra a montare un letto dell’Ikea; io e Marco lo seguiamo intenzionati ad aiutarlo ma, viste le condizioni in cui mi trovavo, il massimo che riuscii a fare fu schiantarmi clamorosamente su delle tavole di polistirene. Dirigendomi al bagno, incrocio sulle scale un individuo, che dedussi essere un altro coinquilino. Ritorno da Miki e Marco, e dopo poco salta fuori il discorso del tizio incontrato poco fa, e scopriamo che è italiano anche lui! Immediatamente, vediamo la testa di quest’ultimo spuntare da dietro la porta e "Oh, ma siete italiani anche voi?"; vengo così a conoscenza del fatto che non è solo italiano, ma anche siciliano; di Milazzo, per la precisione. Che particolare coincidenza!
Marco avrebbe dovuto dormire lì e, visto l’orario, decido di sistemarmici anch’io. Mentre ci prepariamo alla notte di sonno, nasce Morocco Warrior, doppelgänger dell’alter-ego di Marco.
Il letto non era il massimo della comodità; anzi, definirlo letto era forse un po’ generoso; ma c’era spazio per tutti e due, e non ebbimo alcun problema con la temperatura, quindi andava più che bene.

Poichè gli Agaskodo avevano impegni durante la giornata, ci fecero la gentilezza di lasciarci le chiavi di casa; quindi ci svegliammo con tutta calma.
Decidiamo di dirigerci a Camden Town, zona londinese consigliataci da diverse fonti.
Una volta giunti lì, ci rendiamo conto di trovarci in una sorta di paese delle meraviglie.
Sommersi da stimoli multisensoriali, ci aggiriamo per negozi, bancarelle e locali, affascinati da tanta inconsuetezza, presente sia negli oggetti che nelle persone.
Tentati da parecchie pietanze offerteci da esponenti di svariate nazioni, alla fine optiamo per acquistare, alla modica cifa di 5£, quello che credo fosse cibo tailandese, abbondantemente disposto in una vaschetta d’alluminio; il contenuto di essa consisteva in una grande varietà di roba, che andava ben oltre la mia concezione di pasto completo; in particolare, mi tocca menzionare ciò che in maniera forse avventata definemmo pollo caramellato: una succulenta fetta di pollo particolarmente dolce ed ovviamente gustosissima (il solo ripensarci mi causa una forte salivazione).
A testimonianza di ciò comunque, esiste il mio commento di fine pasto, perfettamente udibile nelle riprese nonostante la contemporanea masticazione: "…quanto abbiamo goduto…".
Stranamente, decidiamo di entrare in uno Starbucks a prendere qualche prelibatezza a caso; anche lì, goduria pura.
Ci dirigiamo una specie di bar all’aperto notato tempo prima, i cui tavoli erano forniti di attraenti narghilè. Probabilmente, quello era il famoso bar col tizio di colore che fa le spremute d’arancia di cui mi aveva accennato Frash, per cui ordinai una spremuta d’arancia, nonostante il tizio non fosse sicuramente quello (non era nero); Marco invece prese un tè alla menta. Gustammo le bevande, alternate al rilassante narghilè alla mela. Mentre ci stavamo per alzare, si avvicinano dei ragazzini che, sporgendosi, mi chiedono insistentemente di fargli fare un tiro, incitandomi con versi del tipo "Oh, come on!"; glielo cedo senza problemi, del resto stavamo andando via.
Ci allontaniamo da Camden Town, la nostra meta era nuovamente il SAE Institute. Strada facendo, decido di investire qualche £ in futilità quali un sacchetto di palline colorate che si ingrandiscono in acqua (per i vasi da fiori, dicevano) e un lecca lecca al gusto cannabis, che però, forse a causa del narghilè di prima, mi sembrò sapere semplicemente di mela, mela verde.
Non ricordo esattamente se fosse programmato o meno, ma una volta arrivati in SAE non facemmo altro che organizzare le riprese, che avremmo però fatto il giorno successivo; probabilmente era qualcosa del tipo che gli Agaskodo Teliverek non avevano gli strumenti, o roba del genere.
Per la cena decidiamo di optare per il KFC, dove speravamo di ottenere assieme al pollo, un simpatico secchiello come quello del famoso Buckethead, cosa che invece non accade; tutto sommato comunque è stata un’interessante aggiunta alla nostra cultura sul junk food. Sorprendentemente, troviamo un vero pub inglese, come quello che cercava Marco, nel quale ci gustiamo una birra, mentre accanto a noi un gruppo di uomini di colore da pub (di quelli che sembrano usciti da un film) festeggia il compleanno di uno di loro, a cui naturalmente porgiamo i nostri auguri.
Se non ricordo male, ho passato quella notte a casa di Roberto, mentre Marco è andato al suo caro ostello.

Approfittando del fatto che avesse un giorno libero dal lavoro, Roberto viene con me in SAE, incuriosito dalla possibile esperienza di filmare il backstage del videoclip. Durante la strada, l’intrepido liparoto acquista una bottiglia di vino, che portiamo fin dentro la sala dove avremmo dovuto registrare, nonostante fosse assolutamente vietato portare cibo e bevande all’interno (questo spiegava le bottigliette accatastate fuori dalle stanze), regola che in teoria c’è anche nel SAE Institute italiano, ma che nella pratica viene spesso ignorata, nel nostro bel paese. Approfittiamo dei punti morti delle telecamere e dei vetri che permettevano di osservare l’interno dall’esterno, per consumare senza problemi qualsiasi genere alimentare avessimo voglia, e anche per preparare qualcosa da fumare più tardi. All’arrivo di Miki, la "vetrina" viene completamente coperta, per sua decisione; ciò ci garantisce un notevole aumento di libertà.
Nonostante qualche intoppo organizzativo, le riprese dei chitarristi e del batterista procedono a ritmo spedito.
Sotto direttive di Roberto, decidiamo di andare tutti a casa loro e preparargli una "cena italiana".
Arrangiandoci con quello che siamo riusciti a trovare, prepariamo una pasta alla norma.
La serata prosegue tranquilla, a cena si toccano diversi argomenti interessanti, come le bestemmie, ed il loro rappresentante italiano (Germano Mosconi) o varie esperienze dirette o indirette sull’uso e abuso di stupefacenti. Gli Agaskodo decidono comunque di dare il loro contributo alla cena, con dei semplici ma gustosi funghi ripieni di formaggio.
Dopo cena, Roberto va via, e Marco viene istruito da Miki riguardo alcuni show televisivi zeppi di humor inglese (io non esiterei a definirli trash a dire il vero), e ne rimane entusiasta; nel frattempo, io approfitto della linea internet disponibile per farmi un giro su facebook e cose del genere.

Ultimo giorno a Londra. Al mattino ci rechiamo nuovamente all’amata Camden Town, dove girovaghiamo per tutta la mattinata; si fa ora di pranzo e, nonostante le intenzioni di provare qualcosa di diverso, alla fine ricadiamo nella stessa, perversa, tentazione della volta precedente, godendo nuovamente come suini.
Nel pomeriggio ci si reca nuovamente in SAE, dove avremmo fatto tutte le riprese mancanti, che questa volta coinvolgevano anche la cantante, un’attraente (ma ingravidata) giapponese di nome Hiroe, nonostante il pezzo non fosse cantato. Purtroppo, Roberto non sarebbe potuto venire quel giorno.
Nonostante altri inconvenienti, le riprese vengono portate a termine ad un orario discreto.

Per la nostra "ultima cena", Miki e Tomi ci portano a mangiare una pizza di qualche strano paese che non mi sovviene in questo momento (forse era pizza turca?); per quanto loro l’adorassero e a me fosse piuttosto indifferente, Marco non si astiene dall’esprimere il suo disappunto.
Il nostro piano di fuga era il seguente: dovevamo prendere un autobus alle 5:30 del mattino, nello stesso identico punto dove il bus dall’aereoporto ci aveva lasciato all’andata; poichè tali bus passavano con la frequenza di un’ora, l’idea era di provare a salire sul primo a disposizione, in maniera da arrivare il prima possibile in aereoporto, dove avremmo potuto dormire e/o cazzeggiare senza rischiare l’ipotermia, in attesa del nostro volo.
Così, appena arriva l’autobus che ci avrebbe portato alla fermata dei bus diretti in aereoporto, lo fermiamo e salutiamo Miki e Tomi, ma l’autista (in seguito definito da Miki "a cunt") riparte con impertinenza, senza attendere che salissimo, davanti ai nostri occhi attoniti. Da lì ne ricaviamo che a Londra i neri sono tutti o buonissimi o cattivissimi. Attendiamo il bus successivo.
Arriviamo alla fermata della navetta dove, durante il congelamento, aspettiamo quest’ultima. L’intera nottata trascorre ad attendere questi bus che, al contrario delle nostre aspettative, spesso non avevano abbastanza posti liberi, oppure li avevano temporaneamente; spesso quindi, dopo qualche fermata abbiamo dovuto cedere il posto a chi aveva regolarmente prenotato, per poi attendere il successivo.
Alla fine, arriviamo allo stesso orario che, con tutta probabilità, ci sarebbe toccato prendendo quello delle 5:30. Cazzeggiamo e dormiamo in aereoporto, il nostro volo era alle 8:15.
Quando si fa l’ora, decidiamo di andare a ritirare la nostra prenotazione, ma per qualche assurdo motivo non ci riuscivamo, così ci dirigiamo allo sportello informazioni per chiedere appunto informazioni. La risposta mi raggelò il sangue nelle vene: "It was yesterday"; panico. Per qualche assurda ragione, nella pura convinzione che il 27 fosse venerdì, e non giovedì, avevamo sbagliato a prenotare il volo di ritorno.
Cerchiamo di essere razionali e trovare una soluzione alternativa, era un bel casino. Tentiamo di connetterci con dei PC a pagamento situati lì in aereoporto; purtroppo si rivelano solo soldi sprecati: i PC erano praticamente inutilizzabili in quanto ti obbligavano a visitare sostanzialmente solo i loro siti.

Visto il periodo, tornare in Italia entro un paio di giorni spendendo una cifra normale sembrava veramente impossibile; tuttavia, una zia di Marco ci trovò piuttosto rapidamente una soluzione, salvandoci dalla disperazione. Saremmo partiti col volo delle 4:15, del 29. Quando tentiamo di fare il biglietto, Marco, per via della sua carta d’identità doppia, viene bannato da quella compagnia aerea, che gli dice che con quel documento non potrà più viaggiare con loro, pazienza.
Probabilmente eravamo talmente stanchi che, tra riposini e cazzeggio puro, quelle 48 ore passarono in fretta.
Poichè descrivere come si dorme all’aereoporto risulterebbe alquanto inutile e noioso, mi accingerò ad esporre qualche esempio del nostro cazzeggio.
Impossibile non menzionare quando la noia spinse Marco a prendere una delle mie palline colorate che si ingrandiscono in acqua (rinominate da Marco palline di gomma sintetica ad espansione idraulica), e mettersela in bocca, per vedere cosa succedeva. Pian piano la pallina sembrava diventare più grande, peccato che dopo poco Marco, in un momento di distrazione, la inghiottì…
Oppure potrei parlare della sera, quando Marco portò un pacchetto di salatini e due Vodka Tonic in lattina
O magari dell’avvistamento della scritta Bureau (che noi leggevamo Borò, soprannome di un nostro celebre compagno di corso)…
Beh sì, eravamo messi così male.

Si era finalmente fatta l’ora di tornare in Italia, ma non prima di esserci lasciati ammaliare da un bizzarro distributore di gelato in coppette; lo strano marchingegno, dopo aver mangiato 2,50£, utilizza una specie di aspirapolvere per prelevare la coppetta selezionata da Marco e lasciarla cadere nel cestello dove poterla raccogliere. Sull’aereo, apriamo il gelato; un disgustoso, denso, impasto, dalla consistenza simile al calcestruzzo ed il cui sapore ricordava il dentifricio alla fragola; "ci stiamo avvicinando sempre di più all’Italia".
All’arrivo, quel folle di Marco mi propone di andare a scuola nel pomeriggio a seguire un seminario di chissà cosa, ma non ci pensavo neppure, troppa stanchezza.

 

 

Dunque, come resoconto di questo viaggio, posso dire di essermi divertito; l’occasione di poter visitare l’Inghilterra non era mai capitata prima, e così visto che "si doveva", ho pensato di sfruttarla, sebbene il periodo fosse tutt’altro che allegro. Oltre al divertimento comunque, c’è da dire che è stata un’esperienza molto interessante, dal punto di vista personale e anche lavorativo.

Non mi viene in mente niente da aggiungere a quest’intervento, per cui lo concluderò con una breve serie di eventi capitatici, di cui ignoro la collocazione cronologica.

– Un’anziana inglese chiede indicazioni a Marco e lui le da giuste.
– Mentre bestemmiavamo allegramente cantando, un signore ci ferma poichè ci ha riconosciuto come italiani per via del cantare "Oh voi italiani cantate sempre".
– Mentre faccio le scale una tizia mi fissa, mi giro verso di lei e mi fa i complimenti per la felpa di Lebowski.
– Viaggio mentale di Marco che scoreggia in aereo e successiva discesa delle maschere.
– Gare di rutti per strada, il punteggio si calcolava in base a quante persone si giravano, sfortunatamente nessuno sembrava degnarsi di farlo.
– "Euston, abbiamo un problema".

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Una risposta a “Siamo a Euston (abbiamo un problema)”

  1. Doniah ha detto:

    XD XD XD

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