Bits of Art – 1: Every day the same dream

Articolo scritto per Checkpoint Café, originale reperibile qui.

 

Quest’oggi voglio aprire una nuova “rubrica”, il cui tema sarà l’arte in piccole dosi; ciò vuol dire che porterò alla vostra attenzione qualsivoglia prodotto digitale, facilmente accessibile via internet, che nella sua semplicità riesca ad essere comunque interessante e meritevole di nota.
Un ottimo esempio possono essere i giochini in flash. Difatti, l’idea mi è venuta grazie ad uno di essi, una produzione italiana di nome Every day the same dream.

Prima di dilungarmi vorrei fare un paio di premesse:
-Nonostante sia uscito da qualche mese, è già abbastanza conosciuto, ma penso valga comunque la pena di diffonderlo a chi dovesse essere sfuggito.
-Non mi va di spoilerare niente, ma sappiate che è possibile raggiungere la fine.
-Se avete intenzione di leggere quest’articolo, dovete prima giocarci.

Proprio così, non ho intenzione di fare recensioni qui, ma semplicemente diffondere qualcosa che mi ha colpito, e discuterne. Quindi bhe, se siete così interessati nella lettura, credo non avrete problemi a dedicare una manciata minuti del vostro tempo a questa breve ma interessante esperienza:

Ho portato questo piccolo capolavoro di Molleindustria all’attenzione di diverse persone, per raccoglierne i più disparati pareri.
Innanzitutto, la basilarità strutturale di questa storiella interattiva rappresenta uno dei suoi maggiori punti di forza, perché permette a chiunque di apprezzarne il significato.

Molto interessante notare come “fare la cosa giusta” sia per il giocatore, inizialmente piuttosto istintivo e naturale, per via della bidimensionalità del tutto.
Svegliarsi, vestirsi, andare a lavoro, il capo che ci accusa perennemente di essere in ritardo. Tutto è disposto ordinatamente di fronte al noi. Quando si arriva a lavoro e ci si siede al proprio “cubicle”, la giornata finisce, e si ricomincia da capo. Sembra tutto regolare.
Poi però, scatta qualcosa. Può capitare per caso, per noia, o semplicemente perché si è abituati all’idea di dover “risolvere” il gioco; ci si accorge che qualcosa si può cambiare.
Ciò che trovo ancor più interessante, è come questa storia riesca ad immedesimare, nella sua semplicità, il giocatore. È il giocatore che si rompe a fare le stesse cose, è il giocatore che sperimenta tutte le varie alternative possibili, ed è il giocatore che, essendo la causa di questi bizzarri stravolgimenti del quotidiano, viene direttamente coinvolto nell’esperienza.
Proprio per via di questo determinante fattore emotivo, le interpretazioni agli strani eventi che ci vengono presentati sono sicuramente molteplici, ma il vero, semplice, messaggio di fondo è sicuramente (a mio parere) facilmente comprensibile da tutti.

Vorrei soffermarmi sul sottolineare inoltre, la riuscita perfetta del concept espresso nel titolo: Every day the same dream. Non venendoci fornite informazioni di alcun tipo su ciò che sta accadendo, si ha la giustificatissima sensazione di trovarsi all’interno di un sogno, da cui non ci si riesce a svegliare; un loop che sembra infinito, troppo estremo e soffocante per essere reale.
Sarà che ho sempre apprezzato l’idea del “vivere la stessa giornata all’infinito”, di cui avevo già visto delle espressioni, probabilmente nell’ambito cinematografico e letterario.

Come mi è stato suggerito da una vecchia conoscenza, durante una discussione riguardo proprio tale gioco, quest’ultimo è intrinseco di un’atmosfera soffocante e stancante, che tuttavia riesce a trovare un delicatissimo bilanciamento tra ciò vuole dire ed il modo in cui lo fa.
La traccia di sottofondo, ad esempio, è un azzeccatissimo e deprimente loop di Jesse Stiles, che riesce a rimanere gradevole per tutta la durata dell’esperienza.
Anche la durata delle giornate è un buon compromesso: il personaggio si muove con una lentezza disarmante, ma in fondo è questione di veramente poco per arrivare a fine giornata e cominciarne un’altra, ed anche dopo diverse giornate, la fioca fiamma di curiosità riesce a mantenersi accesa, garantendo così l’arrivo al finale.

Se fosse il tutto stato un pelo più stancante, probabilmente avrebbe sforato, risultando letteralmente palloso.
Questo trovarsi appena sotto il limite è un altro aspetto particolarmente ammirevole.

In definitiva, questa piccola opera d’arte di Paolo Pedercini mi ha convinto, e spero che sia stata gradevole anche per voi.
Ho intenzione di condividere altre stranezze simili, il web ne è pieno, ma non aspettatevi di trovare spesso roba di tale spessore.
Alla prossima!

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